
La pedagogia speciale si serve di progettazioni educative speciali, che hanno come finalità ultima la realizzazione della persona umana, realizzazione che si deve intendere soprattutto come volontà e come compito prioritario dell’educatore di ri-svegliare, restituire ed accrescere le potenzialità offese o assopite della persona disabile, incoraggiandola verso una prospettiva di autonomia e libertà interiore. Progettare, in educazione speciale, vuol dire dunque ipotizzare un percorso e immaginarne l’ orizzonte, vuol dire percorrere un tratto del sentiero insieme fornendo all’altro sostegno e fiducia, affinché nel cammino della vita possa imparare a contare su sé stesso, sulle proprie forze e sulle proprie capacità. Ecco perché l’atto del progettare riveste un ruolo fondamentale nella pedagogia speciale: la finalità di una coscienza individuale non può essere raggiunta senza un progetto. Quest’ultimo chiama gli educatori ad assumersi un impegno etico e funzionale, poiché l’educazione non si occupa di “cose” ma di esseri umani e allora, più che mai, risulta importante contenere e arginare l’errore, la superficialità, il “vabbè…poi si vede”.
Il progetto pedagogico è il punto di partenza di un percorso formativo che si esplica attraverso la programmazione di azioni educative mirate e calibrate in maniera obiettiva, il cui fine non è soltanto la speranza di raggiungere un risultato ma soprattutto la possibilità di contenere il disagio, riducendo l’asimmetria tra l’essere e il poter/dover essere ovvero il tentativo realistico di armonizzare la distanza tra ciò che la disabilità, (con tutti i suoi handicap connaturati e indotti) impone a chi la vive e la possibilità del divenire ossia del vivere in maniera equilibrata e serena una condizione di vita difficile.
Possiamo dire allora che il progetto (pro-iecto!) è l’ anticipazione teorica di una realtà, sulla quale intendiamo ipotizzare un cambiamento. Essa, pertanto, richiede prima di tutto la necessità di conoscere a fondo la realtà di partenza in tutte le sue manifestazioni, comprendendone le situazioni e le relazioni. Significa indagare i diversi contesti di riferimento, da quello sociale a quello scolastico, da quello familiare a quello personale, pensando come e con quali strumenti la condizione possa essere migliorata. Ma non si tratta semplicemente di riempire griglie o formulari più o meno standard (che chiunque di noi ha riempito mille volte pensando più a completare le caselle che non alla realtà del progetto) neppure di mettere in pratica una formula matematica o una ricetta ben costruita. In genere i risultati di questi percorsi sono progetti “fotocopia” oppure deliranti programmazioni, in cui si mescolano piani e questioni, dal generale al particolare, che nulla hanno a che vedere con la realtà della scuola, della classe o dell’alunno disabile. Inoltre, le modalità valutative scolastiche sono ancora fortemente orientate verso risultati quantitativi, volti più a verificare l’acquisizione di abilità e conoscenze che a preoccuparsi di vedere se ci siano anche delle modalità per provare se il progetto della maturità globale dell’individuo, quello della libertà interiore, sia riuscito o meno. Eppure appare evidente che questo debba essere l’obiettivo più elevato da perseguire per poter dare valore al progetto educativo. La scommessa dell’insegnamento è dunque quella di offrire ai giovani non solo un patrimonio di conoscenze ma una prospettiva di libertà, in altre parole significa non più affidarsi ad una educazione di carattere trasmissivo e nozionistico, ma rendere il soggetto libero di scegliere, costruendo, giorno dopo giorno, la stima di sé e la consapevolezza di poter operare attivamente all’interno del contesto sociale in cui vive. Pensiamo, dunque, ad una scuola ed a un’educazione in grado di promuovere capacità di autorientamento, che partecipi alla ridefinizione del sé e delle potenzialità dei soggetti in formazione e lo faccia in una prospettiva esistenziale e complessa. Se tutto questo è vero per i soggetti non disabili deve esserlo ancor di più per coloro che presentano disabilità, in quanto maggiore è l’impegno etico assunto dall’educatore. Il progetto pedagogico, centrato sulla persona, prende a sè l’essere l’umano, nella sua dimensione più ampia, tenendo conto delle sue fragilità, delle sue difficoltà, dei suoi sogni e delle sue insicurezze, pertanto, il motore che determina il successo formativo non può essere che l’Amore, la tenerezza educativa, che deve accompagnare e pervadere l’intero processo.
Amare e liberare sono la stessa cosa!


