Sia il baratro che separa ognuno dalla coscienza di essere frammenti, e insieme intero, sia la presunzione che l'essere questo frammento (che sia ruolo sociale o personalità riuscita) coincida con l'intero (la pienezza del nostro, tuo, mio essere),
a comprendere la profonda disabilita dalla quale TUTTI siamo segnati per il solo fatto di essere uomini.
E non riusciremo a comprenderlo finché non considereremo sul serio la distanza esistente tra il nostro essere frammenti e il nostro essere nel, del e con l'intero. Ma NON pensando che i frammenti siano la vera immagine dell'intero, perchè cosi non è.
Siamo ontologicamente disabili!
Si tratta della disabilità più profonda, quella di essere testimoni del senso delle cose.
Noi facciamo delle cose: lavoriamo, mangiamo, studiamo, sappiamo che tutto è secondario, eppure continuiamo a farlo come se fosse importantissimo. Il compito da svolgere è un altro: quello di vivere e dare un senso ai segmenti della vita. Una fecondità nuova si imporrebbe solo se avessimo l'intuizione di essere per l'altro; questo ci porterebbe a continuare ad essere per sé -ma col cuore- presso l'altro.
E' soltanto in questo desiderio di ulteriorità che potrà scaturire una piena operatività esistenziale capace di dare un senso all'insensatezza della nostra profonda disabilita. Col disincanto di chi si sente brandello di vita, riusciremo a dire a noi, a te, a me, di essere degli scarti, dei frammenti ma comunque entro un senso che ci trascende ma che è tutto qui ed ora, e insieme, oltre il qui ed ora.
Ci cogliamo 'frammentati' nel nostro sapere di non sapere, nel nostro sapere di non saper fare, nel nostro non sapere tout court, in quanto il senso oggettivo ci sfugge. Riusciamo a recuperare, insieme , con gioia e dolore, nella misura in cui, l'ulteriorità irrompe nel frammento dell'istante.
Nell'iniziare poi al lavoro i disabili, l'attenzione al prodotto piuttosto che ai produttori, al loro essere già, in qualche modo, ulteriorità, quale che sia il loro e il nostro fare, non ha altro esito che ampliare l'asimmetria e renderci tutti piu frammentati, scarti che costruiscono altri scarti.
Grazie ad alcune discipline, tra cui la psicologia e la neuropsichiatria infantile il tradizionale bagaglio della pedagogia, probabilmente risalente ad Aristotele, si è potuto ampliare in direzione di una conoscenza sempre più realistica dell'età evolutiva ed il concetto della RELAZIONE è pian piano diventato centrale nell'attività educativa. Costruire la relazione vuol dire essenzialmente comprendere l'altro, essere bendisposto all'incontro con l'Altro, avere un atteggiamento fenomenologico ed empatico. Cio consente di non incappare nell'errore di identificare un comportamento sbagliato o un errore con una personalità; quando si ha davanti un assetto di personalità o un'esistenza disagiata, o semplicemente in piena crisi adolescenziale, si deve sempre partire dal presupposto che quella persona ha trovato in quell'assetto l'unica soluzione che poteva dare a una serie di circostanze e limiti oggettivi. E' stato il suo modo di sopravvivere. La relazione riesce ad agevolare la crescita e il disvelamento di potenzialità spesso nascoste, solo se si basa sull'accettazione positiva e incondizionata del soggetto La "magia" della relazione empatica è che essa può essere cicatrizzante in quanto rapprensenta la prima occasione in cui si sperimenta la propria atenticità o si viene apprezzati. Qualcuno ha fiducia in me, anche se sbaglio, non sono sbagliato. Una relazione, aperta alla speranza e alla ricerca di senso, consente di sentire l'esperienza e il vissuto dell'Altro, come se fosse la propria. Consente di prendere coscienza delle disabilità di ognuno e cominciare forse ad averne meno paura.



